Balle strategiche

Nel dibattito politico che mette a confronto parti con obbiettivi contrapposti si sta facendo strada una nuova tattica comunicativa, definibile come l’uso di “menzogne strategiche“.

Non si tratta di esempi di fake news, cioè di una notizia palesemente falsa messa in circolazione online, come quella dei 35 euro al giorno che ciascun immigrato avrebbe ricevuto dallo Stato italiano che, nonostante l’inverosimiglianza, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) è stato costretto a controbattere punto su punto:

Neppure si tratta di spin, la tecnica di presentare i fatti in modo favorevole a una parte, messa in atto da un esperto appositamente assunto, il cosiddetto spin doctor. Caso mai, si tratta di una sua evoluzione.

Che cosa sono allora le menzogne strategiche?

Secondo due ricercatori, Ivor Gaber e Caroline Fisher, autori di un articolo recentemente pubblicato su The International Journal of Press/Politics, si tratta di

una precisa strategia di comunicazione politica il cui scopo è mantenere acceso il dibattito su un tema controverso facendo ricorso a menzogne.

Sono tre le principali caratteristiche:

  1. ripetizione di palesi menzogne, anche quando la loro falsità è stata dimostrata;
  2. divulgazione di falsità allo scopo di mantenere l’attenzione sui temi più caldi di una campagna elettorale e sui cavalli di battaglia di una parte politica;
  3. le informazioni (false) sono scelte per la loro capacità di essere amplificate dai social.

Ma funzionano davvero?

Pare proprio di sì. Lo ha confermato Dominic Cummings, il direttore di Vote Leave, l’organizzazione per la campagna referendaria del 2016 per la Brexit. Cummings centrò il suo messaggio elettorale, principalmente per convincere i molti indecisi, sul messaggio chiave “Riprendere il controllo”.

Questo messaggio fu veicolato ricorrendo a due “menzogne strategiche“:

  • che la Turchia , con i suoi 70 milioni di abitanti, stava per entrare nell’Unione europea
  • che il Regno Unito dava all’Unione europea 350 milioni di sterline ogni settimana e che, lasciandola, questi soldi sarebbero andati alla sanità, cioè al NHS (National Health System).

Entrambe le informazioni erano false. La Turchia non è ancora entrata oggi e la cifra era di circa la metà, come dimostrato da varie inchieste svolte prima che si votasse e ammesso dallo stesso Cummings in un suo post su The Spectator, pubblicato sei mesi dopo il referendum.

Cummings ammette che la cifra era sbagliata e che il Regno Unito riceveva indietro in contributi circa la metà. Spiega che la frase era usata per provocare discussioni. Le due parti la usavano nei dibattiti politici e la gente continuava a parlarne. Un po’ come la faccenda dei 35 euro a ciascun migrante.

Era chiaro che si trattava di una balla, però Cummings dice che il trucco funzionò, anche meglio di quanto avesse pianificato. Così bene che due anni dopo, il 42% dei britannici ancora credeva che la cifra fosse giusta e che i soldi risparmiati avrebbero potuto essere investiti nella sanità.

La balla e lo slogan: We send the EU £ 350 million a week. Let’s fund our NHS instead. Let’s take back control.

Durante la campagna referendaria venne anche usata un’altra tecnica, per screditare il partito opposto, il Labour Party (i laburisti) e far credere che non avessero le idee chiare.

Eccone un esempio: si tratta di un video manipolato di un’intervista televisiva all’allora portavoce del Labour, Keir Starmer. Quando gli viene posta una domanda sul ruolo del Labour nella Brexit, Starmer rimane in silenzio. Si tratta di un montaggio, perché nel video originale invece risponde prontamente.

Forse proprio a questo video si è ispirato Alessio Marzilli, il “regista dei silenzi” italiano che produce video satirici per Propaganda Live. La tecnica è la stessa e Marzilli si trovava ai tempi nel Regno Unito per motivi di studio.

Uno dei suoi video, quello sull’intervista della BBC a Matteo Renzi nel 2016 ha tratto in inganno Beppe Severgnini che di Renzi ha affermato:

“Gli hanno fatto una domanda in effetti posta in maniera un po’ complessa e lui non ha avuto la prontezza di dire ‘non ho capito’, può succedere. Quindi ha fatto un silenzio di 35 secondi che la BBC ha rimandato in tutti i modi“. 

No, Beppe, non era la BBC. Era Propaganda Live.

Perché ci caschiamo?

Secondo Gaber e Fisher, caschiamo nella trappola per almeno due ragioni.

La prima è che noi umani siamo “avari cognitivi” (cognitive misers), cioè tendiamo a risparmiare energie, anche quando pensiamo. Preferiamo, perché più facile, accettare un’informazione che già conosciamo piuttosto che elaborarne una nuova.

La seconda è che desideriamo evitare quella che gli psicologi chiamano la “dissonanza cognitiva”. Si tratta di quella inquietante emozione che proviamo quando ci troviamo di fronte a informazioni che contradicono quello in cui crediamo e una delle ragioni per le quali continuiamo a leggere solo e sempre lo stesso quotidiano e a guardare solo e sempre lo stesso TG.

In pratica, preferiamo pensare “Sarà pure un bugiardo, però è il mio” (Swire-Thompson, 2019).

A queste ragioni va aggiunto il fatto che siamo spesso pigri quando veniamo a sapere qualche notizia e raramente facciamo lo sforzo di verificarla.

In ultimo, gli studi psicologici ci segnalano che tendiamo a essere più maligni che benevoli. Ci piace quindi diffondere una notizia malevola, senza preoccuparci di controllarla. Questo spiega anche perché siamo attratti dal sensazionalismo e ci permettiamo persino di aggiungere particolari inventati da noi stessi, come nel caso di Severgnini, che non solo non aveva presente la vera intervista (che noi abbiamo pubblicata qui), ma ha aggiunto pure il fatto (inventato) che la BBC aveva più volte trasmesso l’imbarazzante silenzio di Renzi.

Come possiamo difenderci?

Non è bello fare la figura dei fresconi e può pure essere pericoloso, quindi si devono trovare strategie per proteggerci da questa che sembra essere diventata una tecnica sempre più comune nel dibattito politico.

La soluzione si trova nell’informazione corretta. Quindi:

  • Se la notizia proviene da una piattaforma social, controlliamo la fonte. Chiediamoci: è il post originale? chi l’ha scritto? una persona? un’organizzazione? Tutte informazioni che possiamo trovare sul profilo dell’autore originale.
  • Prestiamo attenzione ai virgolettati. Le fonti a cui le parole sono attribuite sono nominate o si tratta di affermazioni non controllabili? Un buon modo è il copia/incolla della frase e una ricerca su Google.
  • Andiamo oltre il titolo. Troppo spesso il titolo dice cose che poi non sono dimostrate nell’articolo. Facciamo lo sforzo di aprire l’articolo e scorriamolo per vedere se il titolo risponde davvero a quello che credevamo di aver capito. Questo è un esempio di skimming.
  • Consultiamo più di una fonte e confrontiamole. Cerchiamo di non essere “avari” e di non risparmiare energie. Se l’argomento è controverso, cerchiamo a bella posta la versione della parte avversa.
  • Se sentiamo ripetere da qualcuno un fatto non vero, correggiamolo. Una falsità ripetuta può diventare una verità accettata. È importante fare del nostro meglio per interrompere il “telefono senza fili” della cattiva informazione.
  • Usiamo i siti di fact-checking. Ci sono persone qualificate che si occupano di verificare per noi le affermazioni (soprattutto quelle dei politici). Proliferano quelli in inglese, ma anche l’Italia ha i suoi bravi investigatori. Provate: