Come si elegge il Presidente degli Stati Uniti?

Tra qualche giorno i cittadini americani andranno alle urne per le elezioni presidenziali.

Il sistema è davvero complesso e merita di essere approfondito per capirlo meglio e rispondere ad alcune domande che sorgono spontanee, come:

  • perché è possibile che non venga eletto il candidato che ha preso più voti?
  • chi sono i “grandi elettori”?
  • perché si vota all’inizio di novembre, ma l’investitura del presidente avviene in gennaio?

Per rispondere, bisogna avere la pazienza di capire come funziona il sistema. E’ talmente lontano dal nostro modo europeo di vedere le elezioni che vi consiglio, se davvero avete voglia di seguire questo report, di mettervi tranquilli, versarvi qualcosa da bere e leggere con calma. Se non avete tempo o voglia, trovate al fondo un riassunto dei punti principali.

Per parte mia, cercherò di rendere il tutto il più semplice possibile. Mi occuperò di illustrare il sistema e cercherò di soddisfare alcune curiosità…Pronti? Allora:

Diversamente dall’Italia, che è una repubblica parlamentare il cui Presidente è eletto, appunto, dal Parlamento ogni sette anni, gli Stati Uniti sono una repubblica presidenziale. Il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre, ogni quattro anni, i cittadini e le cittadine statunitensi che si sono iscritti alle liste elettorali vanno alle urne per le elezioni presidenziali.

Qui c’è un’altra differenza tra questo sistema e quello italiano: in Italia non è necessario dichiarare la propria intenzione di andare a votare, iscrivendosi a un registro dei votanti. Al raggiungimento della maggiore età ogni italiano viene automaticamente iscritto nel comune di residenza e riceve la tessera elettorale da presentare al seggio. Invece negli Stati Uniti (eccetto nel North Dakota) chi vuole votare deve compilare un modulo di registrazione. Può farlo per posta, di persona o online. La registrazione è necessaria per le elezioni a livello federale (presidenziali e per il Congresso, cioè il Parlamento), statale (per governatore, vicegovernatore, segretario e procuratore generale di stato) e locale (per sindaco, sceriffo, membri dei consigli scolastici). Ogni Stato fissa il termine entro il quale ci si deve registrare per partecipare alla prossima elezione.

Si può votare in presenza o per posta. Nelle elezioni presidenziali del 2016 hanno votato per posta 33 milioni di cittadini, corrispondenti al 24% dei votanti. In queste elezioni, con la crisi del Covid, ci si attende un aumento di voti postali. In parecchi Stati è ammesso anche il voto anticipato. Anche in questo caso, ogni Stato fissa le sue regole: in alcuni si può votare anche 50 giorni prima, in altri solo 4.

Il giorno delle elezioni federali in presenza è fissato per il martedì dopo il primo lunedì di Novembre. Può sembrare una scelta bislacca, ma ha le sue ragioni storiche e sociologiche. E’ una regola entrata in vigore per tutti gli Stati nel 1845, mentre prima in ciascuno stato fissava le elezioni (ballots) in qualsiasi giorno entro 34 giorni prima del primo mercoledì di dicembre. Follia? Beh, no, a ben pensarci. In un Paese con Stati molto estesi (solo il Texas è grande più di due volte l’Italia), andare a votare poteva richiedere un viaggio anche di un giorno; inoltre, la popolazione era principalmente dedita all’agricoltura ed era molto devota. Si è quindi deciso per novembre, a raccolti completati, e per un martedì per dar modo di mettersi in viaggio senza perdere le celebrazioni religiose della domenica per poterla dedicare al riposo e non alla politica.

Foto di Katy Warner

Che voto esprimeranno gli americani alle elezioni presidenziali questo martedì 3 novembre? Qui la cosa diventa abbastanza complessa, ma va capita per darsi ragione del motivo per il quale è possibile che venga eletto presidente un candidato che ha ricevuto meno voti del suo avversario.

Innanzitutto, sulla scheda si deve scegliere un ticket, cioè la coppia Presidente/Vicepresidente. Non ci sono solo i ticket dei Repubblicani (per queste lezioni: Trump/Pence) e dei Democratici (Biden/Harris), ma anche quelli di partiti minori (che però non hanno mai espresso un Presidente da George Washington).

I due principali candidati alla presidenza USA 2020: Donald Trump e Joe Biden
AP Photo/Patrick Semansky

In realtà, però, compiendo la loro scelta relativa al ticket, i votanti non eleggono direttamente Presidente e Vicepresidente, ma i membri del collegio elettorale (electors) del loro Stato. Sono loro che saranno chiamati a votare direttamente per il ticket che verrà eletto. Il numero di queste persone, chiamate in italiano “grandi elettori“, varia da Stato a Stato, a seconda del numero di abitanti. Ad esempio, la California, lo Stato più popoloso, ne esprime 55, il Texas 38, la Florida 29, i più piccoli e il Distretto di Columbia, cioè la capitale federale, 3. Nessuno Stato può avere meno di 3 electors. In totale ce ne sono 538.

Numero di electors per ciascuno Stato
Immagine Cg-realms Derivative work: Ali Zifan – USCB, Public Domain

Gli electors, scelti di solito in primavera ed estate durante le Convention dei partiti, sono persone che hanno dichiarato di appoggiare uno dei ticket che si presentano. La loro dichiarazione di appoggio non è però vincolante in molti Stati.

A seconda delle regole di ciascuno Stato, i loro nomi possono comparire oppure no sulla scheda che i cittadini si trovano davanti il lunedì dopo il primo martedì di novembre. In ogni caso è importante avere chiaro che il Presidente degli Stati Uniti NON viene eletto direttamente dai cittadini.

Come funziona, allora? Il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre gli electors, ciascuno nel proprio Stato, votano direttamente il ticket presidenziale. Per le elezioni presidenziali del 2020, gli electors voteranno il 14 dicembre. I loro voti devono arrivare alla presidenza del Senato entro il 23 dicembre. Il 6 gennaio 2021 si conteranno i voti e il ticket vincente si insedierà il 20 gennaio. Sino a quella data, rimangono in carica il Presidente e il Vicepresidente precedenti, che vengono detti incumbent.

In tutti gli Stati tranne due vige il sistema del winner-takes-all, cioè: il ticket che riceve più voti si aggiudica tutti gli electors di quello Stato. Ecco perché è possibile che un ticket ottenga un maggior numero totale di voti popolari, ma non sia eletto. Questo è successo nel 2016: il ticket di Hilary Clinton fu votato da 65,853,625 cittadini, pari al 48.0%, mentre quello di Donald Trump da 62,985,106, pari al 45.9%. Tuttavia, vinse Trump, essendosi aggiudicato 304 electors contro i 227 di Clinton (con 7 electors che votarono per altri ticket).

Come detto, gli electors non sono legalmente obbligati a votare a dicembre per il ticket del partito che li ha nominati. Se ne votano un altro sono detti faithless (infedeli). Non sono casi molto frequenti, ma ce ne sono stati. Nelle elezioni del 2016, il ticket di Hilary Clinton ebbe cinque faithless electors e quello di Donald Trump ne ebbe due. Tutti votarono per ticket diversi da quelli dati per vincenti e quindi sostanzialmente non cambiò nulla nell’esito delle elezioni. Alla fine dei conti, Trump perse solo due voti, mentre ne sarebbero stati necessari 37 in meno per non farlo vincere. Tutto questo può di nuovo accadere, magari con numeri diversi, quindi bisogna davvero attendere dicembre per sapere chi sarà Presidente per i prossimi quattro anni. La cerimonia del giuramento ha luogo in gennaio. Nel frattempo, il vincitore viene detto “president-elect“.

Il numero di voti degli electors necessario per essere eletti Presidente degli Stati Uniti è 270. E’ chiaro quindi che i candidati si impegnano maggiormente nelle campagne elettorali degli Stati più popolosi. Molti Stati – 38 per l’esattezza, a partire dalle elezioni del 2000 – sono tradizionalmente “repubblicani” o “democratici”. Tuttavia, ve ne sono alcuni che ondeggiano, tra l’uno e l’altro polo. In queste elezioni, gli analisti prevedono questi stati altalenanti (sono detti swing states): Arizona (che esprime 11 voti elettorali), Florida (29), Georgia (16), Iowa (6), Maine (4), Michigan (16), North Carolina (15), Ohio (18), Pennsylvania (20) e Wisconsin (10). Il Texas (38 voti) vota repubblicano dal 1976, ma questa volta è considerato swing state da alcuni analisti. La ragione è che nel tempo si è modificata la struttura demografica dello Stato nel quale oggi vive un maggior numero di ispano-americani.

Saranno quindi i risultati di questi Stati da tenere d’occhio non appena si conosceranno i risultati del voto del 3 novembre.

Questa volta si prevede che si sapranno più tardi delle volte precedenti, perché molti più voteranno per posta.

Si prevedono anche riconteggi, come avvenne in Florida nel 2000 per il duello tra George W. Bush e Al Gore. Anche nel 2016 (Donald Trump contro Hilary Clinton) furono riconteggiati i voti di alcuni stati: Wisconsin, Michigan, Pennsylvania. Un’operazione che mise in evidenza alcune criticità nel sistema di voto, ma non cambiò il risultato finale. 

Per riassumere:

  • gli Stati Uniti sono una repubblica presidenziale, come la Francia;
  • contrariamente a quanto si pensa, gli americani non eleggono il Presidente direttamente, come invece fanno i francesi;
  • chi vota per il “ticket” Presidente e vice-presidente sono gli “electors” che sono in tutto 538 e rappresentano i cittadini di ciascuno Stato, in modo proporzionale al numero di abitanti;
  • i cittadini vanno alle urne il martedì dopo il primo lunedì di novembre (quest’anno il giorno 3), scelgono gli electors i quali esprimeranno il loro voto presidenziale il giorno 14 dicembre. Un ticket vince se ottiene almeno 270 voti degli electors;
  • il 6 gennaio si conteranno i voti degli electors e sarà dichiarato il vincitore che si insedierà il 20 gennaio.