Il segreto del Barone rosso

Recensione

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Il secondo libro poliziesco per ragazzi di Paolo Roversi, Il segreto del Barone Rosso (Piemme, 2020) è uscito pochi giorni fa.

Scrivere polizieschi non è facile. Ben lo sanno gli scrittori del genere, tanto che S.S. Van Dine, l’inventore dell’investigatore Philo Vance ne indicava 20 regole da seguire in un divertente articolo nel 1928 (ne scriveva qui Andrea Bressa).

Molto più di recente, Donna Leon, autrice americana di una fortunata serie di polizieschi ambientata a Venezia, con protagonista il commissario Brunetti, purtroppo non tradotta in italiano, dedica un capitolo del suo delizioso My Venice and Other Essays (Atlantic Monthly Press, 2013) a “suggerimenti per la scrittura di romanzi gialli”.

Conosce certamente bene queste regole Paolo Roversi, autore di numerosi gialli per adulti. Si è messo in gioco, decidendo di scrivere anche per ragazzi, e ha dovuto affrontare anche altri problemi. L’eroe delle sue storie per ragazzi, si chiama Ricky e ha 13 anni. Ciò gli pone dei limiti che i protagonisti adulti non hanno. Tra questi, forse il più critico è la mancanza di libertà di movimento in autonomia.

Paolo Roversi dimostra di aver saputo affrontare la questione tenendo ben conto delle regole, delle abitudini e persino delle leggi italiane. Si tratta di un tratto della narrazione che mi ha molto colpito: Roversi riesce sempre a rendere plausibile la sua storia proprio perché cura anche questi aspetti.

Un altro aspetto narrativo molto tecnico riguarda le conoscenze e le risorse a cui può avere accesso un investigatore così giovane. Roversi risolve egregiamente, affiancando a Ricky il compagno si sua madre, Mac, oggi meccanico restauratore, ma tempo fa ispettore di polizia in forza a Milano.

Roversi, laureato in storia, dimostra anche di saper compiere ricerche sui personaggi storici che fanno da sfondo alle sue storie e di trarre da dettagli biografici spunti utili per la creazione del “mistero” che avvolge il Barone rosso della sua storia. Di più qui non posso dire…lo spoiler è sempre in agguato, quando si recensisce un giallo…

Non si tratta però di un romanzo storico camuffato da poliziesco: il Barone rosso è presente attraverso suo mitico aereo che nasconde un segreto. Un segreto che ha origine in un aneddoto di un periodo precedente al suo divenire il celebre “asso degli assi” dell’aviazione della Prima guerra mondiale.

Foto: Yetdark

La vicenda di questo vecchio segreto, che si scoprirà solo verso la fine del romanzo, si intreccia con quella di un crimine recentissimo. Proprio su questo Ricky indagherà. Ovviamente con successo.

Piace il protagonista. Ancora una volta, mi piace sottolineare l’approccio fattuale e pratico di Roversi che presenta la realtà della vita di Ricky così come potrebbe essere quella di tanti altri coetanei italiani. L’estate lontana dalla scuola, lunga, noiosa e calda; l’obbligo di accompagnare la madre in centro di Milano per fare shopping; i genitori separati; la compagnia di un cane meticcio…

Altri aspetti di Ricky lo rendono però interessante e unico. Non troppo unico, però, da impedire l’identificazione dei giovani lettori. Ricky è appassionato di tecnologia, è “smart e un po’ nerd“, ha pochi amici, ma è spiritoso, intraprendente e tenace.

Ma ancora di più mi piace sottolineare la capacità di Roversi di inserire dettagli che ben rappresentano la realtà contemporanea, quella che esiste, anche se forse a qualcuno non piace vederla descritta nei libri.

Ci sono: tratti di multiculturalità (geniale l’introduzione del personaggio di Sadegh, iraniano ex ingegnere informatico, ora proprietario del negozio di alimentari dove Ricky acquista la cena pronta per sé e per la madre); il lavoro femminile impegnativo e qualificato (la madre di Ricky è un medico); il personaggio di Marta, amica di Ricky un poco più grande di lui, autonoma, intraprendente e per nulla intimidita dalle abilità tecnologiche di Ricky, che, anzi, prende affettuosamente in giro. Le due figure femminili sono quindi (finalmente!) rappresentate in modo non tradizionale. Ad esempio, la mamma non è brava in cucina e Marta molto più spavalda di Ricky.

Roversi introduce con naturalezza questi elementi della nostra realtà attuale, così come dovrebbe sempre essere in un romanzo scritto oggi. Un tratto davvero molto apprezzabile, specialmente in un libro destinato alla lettura dei giovani, per i segnali che lancia ai suoi lettori.

Se un appunto si può muovere all’autore è la sua predilezione per il “raccontare” più che per il “mostrare“. Forse una caratteristica legata al suo lavoro di sceneggiatore. Non che le sue descrizioni siano noiose, tutt’altro. Ma non guasterebbe un po’ più di spazio lasciato alla rielaborazione personale del materiale descritto, specialmente per quanto riguarda i tratti di personalità dei personaggi.

Un tratto di Ricky che ho lasciato per ultimo e che mi pare da solo serva a dare valore alla serie è il suo interesse per la legalità. Ovvio, il tratto che emerge maggiormente è il suo incaponirsi per risolvere il caso. Ma mi pare interessante sottolineare che una figura così giovane di investigatore potrebbe suggerisce la ricerca del colpevole non solo per risolvere un enigma poliziesco, ma anche per un bisogno di giustizia.

Non mi pare sia da trascurare questo aspetto, in un Paese che sembra averlo perso. Mi auguro che Roversi prosegua nella sua serie e che, trattando di crimini, volga l’attenzione ai tanti reati commessi in Italia, non truculenti come gli omicidi, ma certamente devastanti, come la corruzione. E se, per esempio, nel prossimo libro Ricky seguisse una pista indicata da un whistleblower?