La riformulazione

Lo stile italiano, anche quello giornalistico, ricorre purtroppo spesso alla tecnica della “riformulazione”. Consiste nel sostituire un’espressione già usata in precedenza con un’altra che la richiama, facendo appello a conoscenze che dovrebbero essere condivise tra chi scrive e chi legge. Ad esempio: Presidente della Repubblica/il Quirinale/ il Colle, oppure Fabrizio Corona/l’ex-re dei paparazzi/l’ex-agente fotografico.

Purtroppo non sempre chi legge possiede le stesse conoscenze di chi scrive e un testo ricco di riformulazioni costringe ad un esercizio di continua verifica delle proprie intuizioni oppure a sospendere la lettura per effettuare una ricerca. Entrambi utili esercizi indubbiamente, ma impegnativi in modo sproporzionato: se stiamo leggendo una notizia per capire che cosa è successo, non stiamo studiando per un esame o un’interrogazione.

Anche utilizzare un sinonimo è rischioso. La ragione è che, poiché i veri sinonimi sono rarissimi, per sostituire una parola si deve ricorrere ad un nome più generale (iperonimo), come nel caso di “felino” per sostituire “gatto”, oppure a sostituzioni che si riferiscono ad un registro diverso, spesso più alto, come nella coppia “ospedale/nosocomio”. A volte queste sostituzioni portano a risultati stucchevoli, al limite del ridicolo…

“A Gaeta, nella zona del litorale di Serapo l’intervento di soccorso ha invece riguardato un pedalò che si è trovato in difficoltà per le avverse condizioni meteomarine. Una motovedetta della Guardia costiera, in poco tempo, è riuscita a raggiungere il piccolo natante, impedendo che la sua corsa finisse contro gli scogli e portando così in salvo le quattro (persone?) sul pattino a pedali.”

https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/20_luglio_12/litorale-pontino-salvate-guardia-costiera-9-persone-fondi-gaeta-59eb7844-c425-11ea-b958-dd8b1bb69ac3.shtml

Come detto, la riformulazione rende difficoltosa la comprensione del testo. Nella peggiore delle ipotesi, si può persino pensare che si parli di persone o di cose diverse. In realtà non c’è niente di male nell’usare la stessa parola più volte, anzi. Alleggerisce il carico cognitivo e facilita la comprensione.

Tuttavia, “evitare le ripetizioni” sembra una necessità per alcuni (forse anche per molti insegnanti). Ad esempio, Maria Teresa Steri scriveva sul suo blog “Anima di carta” nel 2014 : 

“Chiunque scrive sa quanto sia difficile evitare di ripetere determinate parole in un testo. Anche quando si pone la massima attenzione, tendiamo a usare sempre gli stessi termini, con la conseguenza di rendere il testo poco leggibile. Le ripetizioni, soprattutto quando non volute, sono sgradevoli, noiose e danno l’impressione che chi scrive sia un po’ limitato.”

E ancora, più recentemente, su vivalascuola. studenti.it nel post “Come scrivere una relazione universitaria in poche ore” troviamo il consiglio:

“Esprimetevi in italiano corretto, senza ricorrere a parole abbreviate ed evitate le ripetizioni.” 

Se questi sono consigli adatti ad un testo letterario, certamente se seguiti in uno scientifico o informativo portano a maggior complessità e a un inutile carico cognitivo. Se l’intenzione è quello di informare, la soluzione migliore rimane la ripetizione, come ci ricorda il linguista Luca Serianni. Ma i giornalisti non demordono…

Prova a vedere con queste flashcard se riconosci l’ istituzione italiana che i giornalisti possono nascondere dietro uno pseudonimo, rinominandola.