Ma te lo vuoi imparare ‘sto inglese?

L’immagine in evidenza è di Cristina Rizo che ringrazio.

Quando ancora insegnavo inglese in Italia, mi capitava spesso che le persone che incontravo mi dicessero cose del tipo: “Sono anni che cerco di impararlo, ma sono sempre allo stesso punto” e mi chiedessero consiglio su come fare.

All’inizio dispensavo tanti suggerimenti, in perfetta buona fede, sostenuta dalla mia passione per le lingue. Ma poi mi sono resa conto che quello che avrei dovuto fornire era una “pillolina” da ingurgitare che, come per magia, avrebbe trasformato tutti in perfetti anglofoni. La mia risposta allora è cambiata: “Comprati un biglietto per un Paese dove si parla solo inglese. Prendi con te solo 50.000 lire (dopo il 2002 dicevo 50 euro) e parti. Quando ti finiscono i soldi, vedi che l’inglese lo impari”. Non so se il metodo funzionasse perché nessuno mi ha mai riferito di averlo messo in pratica.

Il metodo è in effetti brutale, ma motivato dal fatto che se si è costretti, una lingua si impara per forza. Basta pensare a tutti gli emigranti che si sono trovati lavoro e costruiti una vita in un Paese straniero. Anche se, come si può leggere e vedere qui, purtroppo non sempre le loro capacità sono state accettate a scatola chiusa.

Siamo tutti falsi principianti

Da anni, ormai, in Italia l’inglese è insegnato a scuola, quindi tutti ne abbiamo almeno un’infarinatura. Si tratterebbe di usarlo, arricchirlo, mantenerlo in esercizio. Invece, noi, “figli dei libri”, abituati a studiare sulle pagine scritte anziché a metterci alla prova ascoltando, leggendo, parlando e scrivendo, ci rimettiamo ogni volta su un libro di grammatica e ripartiamo daccapo ogni volta, da “a/an” e da “I am, you are…” . Molto frustrante.

Negli anni ’60 e ’70 (del secolo scorso!) non si aveva molto accesso a materiale audio: giusto qualche film in lingua originale, canzoni (se si era fortunati sulla custodia erano riportati i testi) e poco altro. Sicuramente la puntina del mio giradischi (!!!) ha scavato solchi profondissimi nei miei (o meglio: di mio fratello) Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band , Catch Bull at Four e nell’album di Jesus Christ Superstar, sulle cui copertine erano stampati i testi che, con pazienza mi traducevo.

Ho imparato espressioni utilissime come “tangerine trees and marmalade skies” e “blood spins my head” e “cash on the nail”. Ma principalmente mi sono esposta alla lingua originale o ho potuto cogliere e riconoscere i suoni della lingua. Questo mi ha molto facilitato quando ho voluto riprodurli.

Smettere di leggere e cominciare ad ascoltare

Perché, in effetti, il metodo più produttivo quando si studia una lingua è quello di cercare il più possibile di renderlo simile a quello che usiamo da bambini quando impariamo a parlare: non tanto “apprendere” quanto “acquisire“. Con una seconda lingua non sarà esattamente la stessa cosa, è chiaro, ma tanti più suoni ascoltiamo, tanti più ne sapremo riprodurre. Ciò facilita la comprensione, la conversazione e anche l’apprendimento. Migliora anche l’autostima: io gongolavo quando uno straniero mi diceva che avevo “l’accento australiano”! Mai mi sono chiesta come avevo fatto ad acquisirlo. Solamente, mi godevo il complimento. Mai nessuno mi ha detto che avevo “l’accento italiano”.

Nel video qui sotto, l’adorabile e assai compianto John Peter Sloane, segnala gli errori di pronuncia più frequenti degli italiani e insegna a correggerli (e lo fa parlando in un italiano con un FORTE accento inglese e con alcuni esilaranti strafalcioni).


Viste le difficoltà di pronuncia, ascoltare testi in inglese è il primo passo. Meglio se si ha a disposizione il testo scritto. Poi, con pazienza e armati di vocabolario, si imparano parole ed espressioni nuove. Bisogna anche trovare un modo per utilizzarle, inventandosi frasi o conversazioni. Un ottimo modo è quello di conversare (ovviamente in inglese) sui social con utenti di tutto il mondo.

Rispetto ai miei tempi, ci sono oggi molti molti più strumenti per ascoltare l’inglese e per praticarlo. Il Web è pieno di opportunità.

Ad esempio, si possono ascoltare gli interventi degli oratori ai TED TALKS, tutti sottotitolati in lingua originale e molti anche in italiano. Ve ne sono di varie durate e su centinaia di argomenti.

Ottimi anche i podcast, molti dei quali sono pensati per chi vuole imparare l’inglese. Alcuni sono presentati qui.

Se si preferisce qualcosa di più strutturato, si può usare il programma specifico per imparare l’inglese sul sito della BBC.

L’inglese serve. Per comunicare, per tenersi aggiornati, per informarsi direttamente dalle fonti. Ormai è da anni la lingua della scienza, della politica internazionale, del commercio, della finanza, del turismo.

Non ci sono più scuse oggi. Qualsiasi lavoro deciderai di fare, o, se preferisci, qualsiasi sia la vita che il destino ti riserva, qualsiasi siano i tuoi interessi e le tue passioni, l’inglese ti servirà.

Bisogna leggere, ascoltare, comunicare. Imparare nuove parole e tenersi in esercizio e aggiornati. Compilare elenchi di vocaboli, usare le flashcard, parlare da soli in bagno o in auto, chattare in inglese…

Qualsiasi metodo va bene, pur di non finire così:

L’allora ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, nel 2007 rivolgeva un accorato appello agli stranieri. Un testo ineccepibile, di una semplicità forse un po’ ingenua, recitato (o forse letto sul “gobbo”) con imbarazzata fissità.

Esattamente sette anni, dopo, nel 2014, il sindaco di Torino Piero Fassino lancia un altro appello, questa volta agli investitori stranieri. Anche qui, un testo perfetto, letto (qui è proprio evidente) con un bell’accento piemontese. O basta là!

Quando era Ministro della difesa, nel 2011, Ignazio La Russa, così si esibì durante una conferenza stampa:

Per loro si può ancora trovare una giustificazione: tutti nati tra il 1947 e il 1952. Ma che dire dei più “giovani”? Angelino Alfano (nato nel 1970), Matteo Renzi (1975) e Giorgia Meloni (1977)?

  • Qui un impagabile Alfano giustifica il suo ritardo a una riunione a Bruxelles con la commissaria agli Affari Interni, la svedese Cecilia Malmstrom che gli chiede “You were caught in traffic?” (Sei rimasto bloccato nel traffico?). Lui capisce e spiega che la colpa era stata del vento (che probabilmente aveva rallentato l’aereo), ma pronuncia “WAIND”. La commissaria, certo aiutata anche dall’elegante gesto, capisce e, istintivamente, lo corregge: “Ah, the WIND”.
  • Intervistata da un giornalista in inglese, Meloni risponde così nel 2018:
  • E, per chiudere in bellezza, non può mancare Matteo Renzi. Qui sotto, intervistato sulla Brexit da una preoccupata giornalista della BBC:

e qui in una celebre conferenza nel 2014:

Sottotitoli a cura di Youtube Italia Cliphttps://www.youtube.com/channel/UCEmbY79ZsQn1bnQTtDpqMBg

Un sentimento, definito in spagnolo come “vergüenza ajena“, un termine non facilmente traducibile, ma che indica lo stato d’animo di chi prova vergogna davanti ad una figuraccia altrui, mi impedisce di pubblicare il video di Matteo Renzi a colloquio con principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.

Se ve la sentite, potete ascoltarlo (e vederlo!) qui:

https://www.corriere.it/esteri/21_gennaio_29/chi-mohammed-bin-salman-detto-mbs-principe-ereditario-saudita-782466d8-6234-11eb-b7b0-378dab96ebfa.shtml