Tutti scienziati?

Mai come in questi tempi di coronavirus, il dibattito scientifico sembra essere diventato alla portata di tutti. Sembra che chiunque si senta in grado di affermare che cosa deve essere fatto e cosa no, quali farmaci e quali procedure si dovrebbero usare. Sino ad arrivare alle agghiaccianti affermazioni che si sono trovate sui social.

Come, ad esempio, queste, postate su Twitter:

Twitter 4 ottobre 2020

Al pubblico arrivano informazioni parziali e non ci si rende contro che la ricerca è in evoluzione. E’ difficile che il pubblico sappia come si arriva a definire un protocollo di cura, perché il processo è lungo e complesso.

Fondamentale nel trasferimento delle informazioni da una comunità specialistica al grande pubblico è il ruolo dei giornalisti, che è quello di presentare il dibattito scientifico con termini più semplici e di fare sintesi di posizioni spesso contrapposte.

Sì, perché il consenso scientifico si ottiene per gradi, per mezzo di discussioni e contestazioni, spesso di toni piuttosto aspri, anche se espresse “in punta di fioretto”, ma all’interno delle comunità scientifiche.

Come e dove? Non certo in TV, ma sulle riviste specializzate, cioè su quelli che in inglese vengono detti “journal“. Si tratta di riviste accademiche, quasi tutte in inglese, che ospitano articoli destinati a comunità scientifiche molto ben definite.

Praticamente ogni comunità scientifica possiede uno o più journal di riferimento ai quali può inviare i risultati di una ricerca, sotto forma di articolo, detto paper. Esistono varie tipologie di paper, da quelli teorici a quelli empirici. Si può trattare di:

  • relazioni su esperimenti (originali o replicati);
  • studi basati sull’osservazione, come raccolte di dati ottenuti con interviste o studi di casi;
  • una sperimentazione clinica (in medicina);
  • descrizioni di metodologie di ricerca;
  • rassegne (review) di articoli pubblicati sullo stesso argomento (per questi si usa il termine di “letteratura secondaria”).

Tutti, se sottoposti a controlli rigorosi, contribuiscono alla costruzione della conoscenza in una disciplina e sono il riferimento per le scelte delle linee-guida, delle buone pratiche e dei protocolli. Molto spesso queste scelte sono fatte dai governi degli Stati o le Agenzie governative, detti decisori politici.

Climate Camp UK 2007 Peer-Review press conference.

Diversamente dagli articoli pubblicati sui quotidiani e sulle riviste divulgative che sono controllati prima della pubblicazione da un solo redattore, i paper inviati per la valutazione alle riviste accademiche, sono rivisti da specialisti del settore.

Queste persone rivedono il paper in ogni suo dettaglio e inviano la loro valutazione, spesso con richieste di chiarimenti e di correzioni, all’editor della rivista. E’ importante segnalare che il lavoro di revisione, detto peer-review (reso in italiano in “revisione paritaria”) è svolto a titolo gratuito e in modo anonimo.

A qualsiasi accademico può essere richiesto di valutare un paper di un suo”pari”: è uno dei compiti che ogni ricercatore è tenuto a svolgere, per il progredire delle conoscenze della sua disciplina e della scienza in generale.

Il processo che va dalla formulazione dell’ipotesi alla pubblicazione è ben noto agli accademici. Non basta concepire uno studio e scriverne un rapporto. Per essere preso in considerazione e accreditato, deve essere sottoposto all’intera procedura, che, allo stato attuale, è la garanzia migliore sia per l’autore che per la comunità scientifica.

Non si tratta di un metodo infallibile: ci sono stati casi in cui un articolo è stato prima accettato da un journal e poi ritirato, a seguito di un esame più attento o della scoperta di una frode nei dati. E’ il caso dell’articolo-truffa di Andrew Wakefield, medico ora radiato, sul legame tra vaccinazioni e autismo pubblicato da Lancet nel 1998 e ritirato 12 anni dopo.

Quale che siano la tipologia, la modalità di pubblicazione e il journal, l’articolo accademico si distingue per queste caratteristiche:

  • è scritto da esperti della disciplina;
  • dell’autore (o più spesso degli autori) è indicato il nome e la affiliazione, cioè l’università o l’istituto presso il quale svolgono la loro ricerca;
  • prima della pubblicazione è sottoposto a peer-review;
  • è suddiviso in sezioni ben identificate: abstract (un breve riassunto), parole-chiave (per l’indicizzazione e la ricerca), introduzione (presenta lo sfondo e i motivi della ricerca e lo stato dell’arte della disciplina in questo ambito) e parti che illustrano le modalità e le implicazioni della ricerca: ad esempio, metodi e risultati, e infine le conclusioni e i limiti.
  • contiene riferimenti a lavori precedentemente pubblicati che sono elencati nella bibliografia al fondo dell’articolo stesso;
  • gli autori devono indicare eventuali conflitti di interesse, indicando, ad esempio, la provenienza dei fondi utilizzati per condurre la ricerca e il loro eventuale coinvolgimento nelle agenzie finanziatrici;
  • è rivolto a ricercatori, scienziati, studenti ed esperti del settore;
  • è quasi sempre in inglese;
  • contiene termini tratti dal linguaggio specialistico, un gergo spesso incomprensibile ai non addetti ai lavori.

Queste caratteristiche lo rendono completamente diverso da un articolo sullo stesso argomento che si può trovare su un quotidiano, su una rivista destinata al grande pubblico o su Internet. Eppure sembra che molti non conoscano queste differenze. Si è visto, soprattutto di recente, come una informazione pubblicata sui social o addirittura una pubblicità abilmente camuffata sia stata divulgata come scientificamente valida.

Il compito dei giornalisti, come già detto, è quindi quello di rendere accessibile al loro pubblico il contenuto di testi destinati a un altro. La cosa principale è quindi inquadrare la questione e di comprendere e semplificare il linguaggio e i concetti. Devono, in altre parole, trasformare un testo accademico in uno divulgativo.

Purtroppo una informazione superficiale e parziale diventa una cattiva informazione, con conseguenze anche molto gravi. I giornalisti sembrano aver preso coscienza tanto dei loro errori come delle loro responsabilità. Lo dimostra questo articolo di Peter Gomez sul ruolo dei giornalisti come mediatori durante i talkshow.